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LA CRISI DEL GRANO

Poniamo che il tuo podere produca centomila sacchi di grano: non per questo il tuo ventre potrà contenere più cibo del mio”. cit. Orazio


AUMENTARE LE PRODUZIONI ? PER CHI?

Il grano non è un alimento qualunque.

Non è un ananas, non è un pomodoro, non è un gelato alla vaniglia. Da circa 7000 anni è alla base dell’alimentazione della maggior parte della popolazione mondiale, con una diffusione superiore agli altri cereali, riso e mais in primis. La Produzione sul pianeta non è mai stata così alta, raggiungendo quest’anno 740 milioni di tonnellate, che sarebbero ampiamente sufficienti per sfamare l’intera umanità. Eppure sul pianeta circa 800 milioni di persone soffrono la fame. E ci sono un altro miliardo e 200 ,milioni di persone malnutrite. Viviamo in un sistema economico malato: ogni minuto sei bambini muoiono per la scarsità di cibo, mentre almeno un terzo del cibo prodotto su scala globale finisce nella spazzatura. Molti dei nostri rappresentanti istituzionali esortano ad aumentare la produzione, in modo da poter soddisfare il fabbisogno di una popolazione di 7 miliardi di persone, destinata ad arrivare presto a 10 miliardi. Viene il sospetto che la sacca degli affamati serva in qualche modo per giustificare il richiamo all’aumento delle rese, a rimpinguare gli affari dell’agrobusiness. Produciamo a sufficienza, ma è importante che ci sia sempre un buco da riempire, che qualcuno paghi il supplizio di Tantalo, condannato dagli dei a soffrire la fame. La crescita deve continuare. Il circolo vizioso deve ripetersi all’infinito, accelerare il moto perpetuo, fino a farci perdere la cognizione dei numeri, il contatto con la realtà.

Spighe di Grano antico siciliano coltivate in Sicilia nella provincia di Caltanissetta

La risposta è sempre la medesima: spremere a fondo le risorse naturali, pigiare sull’acceleratore per incrementare la produzione, aumentare le dosi di fertilizzante, pesticidi, usare più acqua per accrescere le rese. A questo è servito il lavoro dei genetisti negli ultimi 50 anni: progettare varietà di frumento sempre più produttive per passare dai 20 quintali per ettaro agli 80 di oggi. Ma nei paesi in via di sviluppo, gli agricoltori spesso non possono permettersi l’acquisto di queste sementi, non hanno accesso all’acqua o semplicemente all’istruzione. Chi passa troppo tempo nei laboratori e poco nei campi è convinto che le piante geneticamente modificate (GM) possano garantire rese migliori in ogni contesto, senza considerare le conseguenze di tipo ambientale e colturale. Se i nuovi affezionati al biologico – cittadini in cerca di redenzione – peccano di una certa ingenuità, per certi versi perdonabile, nel mondo dei medi l’ignoranza e la cecità prendono facili scorciatoie verso il fanatismo. Nella critica agli ambientalisti o ai consumatori attenti alla salute si intravede un astio poco giustificabile. L’idea che si possa sfamare il pianeta con l’agricoltura tradizionale, secondo i cultori del Santo Graal biotecnologico, sarebbe una visione naif. Per loro la produttività dell’agricoltura non intensiva è una solida garanzia del ritorno alla fame. Nessun contadino rifiuterebbe a i propri vantaggi di una migliore resa, ma è ancora possibile pensare che il problema sia quello della scarsa produzione di cibo, come sosteneva negli anni ’70? Di questo passo si finisce per dimenticare che il vero problema alimentare mondiale non è correlato alla quantità di cibo prodotto ma alla mancanza di accesso alla derrate e alla loro distribuzione.

Nessuno vuole tornare a una presunta e ipotetica età dell’oro, in cui ogni comunità è pienamente autosufficiente. Anche perché i cambiamenti climatici in atto non lo consentono. Ma è davvero possibile immaginare una colonia immensa di piantagioni intensive OGM resistenti agli erbicidi. insomma un enorme ipermercato globale che possa rifornire a catena tutto l’universo? Ammesso e non concesso che lo sia, esiste una folta letteratura che dimostra come la biodiversità sia fondamentale per la sopravvivenza sul pianeta. E che i presidi di sana agricoltura siano importanti anche nel mondo cosiddetto sviluppato, in paesi come l’Italia, in pianura o nelle aree più sperdute delle Alpi o degli Appennini.

Basta leggersi i documenti della FAO e il rapporto sullo STATO MONDIALE DELLE RISORSE IDRICHE E FONDIARIE PER L’ALIMENTAZIONE E L’AGRICOLTURA, per sbattere il naso contro una cruda realtà: negli ultimi cinquant’anni si è registrato un notevole aumento della produzione mondiale, ma tali progressi sono stati accompagnati “da pratiche di gestione delle risorse che hanno degradato gli ecosistemi terrestri e idrici, dai quali la stessa produzione alimentare dipende”. La rincorsa del massimo rendimento alla velocità più elevata ci toglie il terreno sotto i piedi. Il buon senso ci insegna che non serve un fuoco di paglia per scaldarsi, serve la legna buona. Non serve un picco produttivo, ma una stabilità delle colture a garanzia delle generazioni presenti e future.

Terra Nuova Edizioni – Gabriele Bindi – La crisi del Grano